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“The Wolf of Wall Street” : Scorsese e Di Caprio per un Oscar mancato

The Wolf of Wall Street – E’ difficile paragonare il Cinema al Calcio, ma per un italiano risulta meno difficile che per un americano. Quando si parla di Leonardo DiCaprio e di Martin Scorsese in ambito cinematografico è come parlare in ambito calcistico di Gullit e Van Basten. In ordine cronologico gli imperdibili della coppia da un Milione di Dollari sono stati: “Gangs of New York”, “The Aviator”, “The Departed”, “Shutter Island” ed ultimo, ma solo in ordine cronologico il recente “The Wolf of Wall Street”. Partendo dai dettagli tecnici in primis la durata non deve spaventare, 180 minuti di un film che fin dall’inizio dà quella scossa che non t’aspetteresti, che ha uno svolgimento da unghie nella poltrona ed una conclusione geniale attaccata al concetto di vendita accostato alla filosofia del business. Tutto questo ben di Dio “innaffiato” da alcune scelte musicali interessanti (“Mrs Robinson” -The Lemonheads- su tutte), condita da bellezza (i personaggi femminili), da spietata ironia (le scene di “sbornia” chimica del protagonista), o più semplicemente un film che si basa sulla storia vera di Jordan Belfort, uomo d’affari che in breve sbarca a Wall Street e ne diventa assoluto protagonista. Geniale è pure la scelta dell’attore coprotagonista (Jonha Hill) interpretato dallo spassoso Donnie Azoff. La storia narrata ha nello svolgimento un’iter anche prevedibile se vogliamo, ma quel che caratterizza gli avvenimenti è la scelta di affidare tutto il film alle spalle robuste di Di Caprio. Con annesso Io narrante, particolare non di poco conto.

“The Wolf of Wall Street” diventa così un film del genio Scorsese, ma che verrà ricordato per l’interpretazione di Leonardo Di Caprio. Si può parlare dopo queste premesse tecniche, e di interesse, del vero “leit motiv” del film: la genialità manageriale di Jordan Belfort accostata all’uso spassionato di droghe varie. Quello che potrebbe sembrare un “classico” da film di Hollywood diventa topico della pellicola di Scorsese per quella sagace ironia che caratterizza il vissuto del protagonista del film. “The Wolf of Wall Street” diventa così un film per tanti anche se per i dettagli ed il girato potrebbe essere fruibile da una fetta di pubblico di genere. Geniali a tal proposito sono alcune scene che già sono pane per gli amanti dell’adrenalina da grande schermo, per esempio il viaggio in aereo della coppia Belfort-Hill verso la Svizzera o la clamorosa crisi a livello cerebrale dei due assi di Wall Street dopo l’assunzione di un cocktail chimico miracoloso, una crisi “spastica” che porta lo spettatore a spanciarsi, al tempo stesso un collante non indifferente per l’amalgama del film.

La “Stratton Oakmont” (società fondata da Belfort), diventa così un’esplosione di vita ed eccessi, un nucleo acerbo di pulsioni e saliscendi economici da far passare quasi sotto l’uscio la propria “inadeguatezza” economica che dopo il voltafaccia di Belfort ha il suo culmine con l’irruzione della degli agenti in divisa negli uffici dei broker. Dopo la rieducazione di Belfort risulta eccellente, come anticipato, il finale “alla francese”, un mix filosofico legato al concetto vendita che risulta agrodolce all’analisi.

Se tutto ciò risulta essere di spessore per l’intera pellicola ed il box office ha dato ragione a “The Wolf of Wall Street” ed alla premiata ditta Scorsese-Di Caprio, rimane un grosso amaro in bocca per gli Oscar che non sono arrivati. Come da “amaro destino” la statuetta per migliore attore non è arrivata alle mani di DiCaprio, il miglior Film è andato a McQueen che in carriera non ha prodotto tutto tutto quel ben di Dio che Scorse e DiCaprio son riusciti a mettere insieme a livello qualitativo filmografico. Quel che è certo è che DiCaprio a livello di interpretazione espressivo/comportamentale ha portato sulle scene una prestazione maiuscola e forse si può arrivare a definire il personaggio Belfort un clamoroso successo, ma allo stesso tempo un grosso rimpianto. Nonostante ciò e nonostante tutto un film da vedere con la consapevolezza di “vivere” un film oltre che guardarlo.