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Musica ed Isis, una guerra senza fine: attacco alla libertà

Una nottata, tristemente parlando, indimenticabile per i californiani Eagles of Death Metal. La band americana, capitanata da Jesse Hughes e dal frontman dei Queens Of The Stone Age Josh Homme, non era nuova al Bataclan, il teatro degli “orrori” dello scorso venerdì, obiettivo più che sensibile per i facinorosi giovani kamikaze dell’Isis che hanno compiuto una vera e propria carneficina di giovani, colpevoli solo di amare la musica e la libertà. Già, la musica: i fondamentalisti islamici pare non accettino la diffusione di alcun genere sonoro, fatta eccezione per la “halal”, il classico canto religioso eseguito a cappella o con pochi strumenti musicali.
L’odio per la musica occidentale dei “soldati” dell’Isis è direttamente proporzionale all’odio per la libertà ostentata, a detta dei terroristi, dalla società europea ed americana. La musica è simbolo imprescindibile dell’uguaglianza e della fratellanza: un mezzo, più che universale, utilizzato dal Mondo per mostrare coraggio, solidarietà, voglia di non arrendersi.

Non è un caso che, a poche ore dalla strage, un pianista abbia intrattenuto la folla accorsa a commemorare i “caduti” parigini e non suonando la celeberrima “Imagine” di John Lennon. “Imagine there’s no countries, it isn’t hard to do. Nothing to kill or die for… And no religion too … “: l’appello dell’ex Beatle al Mondo chiedeva alla musica, alla sua musica, di unire i popoli sotto un’unica bandiera, un unico amore, un’unica religione. Si può uccidere in nome di un qualunque “dio”? Si può estirpare la musica, solo perchè simbolo di una “tribù” che non vuole smettere di credere alla validità e alla legittimazione della libertà d’opinione, nel rispetto del prossimo?

“War is over, if you want it…”, questo l’inno di un’altra grande opera in sette note di Lennon, “Happy Xmas”. Qunate volte, nelle festività natalizie, l’abbiamo cantata a squarciagola con gli amici, senza cogliere il vero senso di quelle parole in musica? Parole pesanti, mal digerite dall’Is, che vede in quelle sette, piccole parole un ostacolo alla propria, folle missione fratricida. Sulla strage al Bataclan, il leader degli U2 Bono Vox ha dichiarato: “E’ un attacco alla musica“. Come dar torto ad uno dei personaggi pubblici più influenti del nostro tempo e ad un artista che, con la sua band, ha raccontato il sangue e gli orrori avvenuti in Irlanda nel lontano 1972 (nella hit “Sunday Bloody Sunday”, una delle canzoni-manifesto della band, Bono cantava: “I can’t believe the news today, I can’t close my eyes and make it go away. How long, how long must we sing this song?”)?

L’Islam che ritiene la musica di Lady Gaga uno strumento coercitivo che plagia i “suoi” giovani ma che pensa, nella sua forma più estrema, sia meglio armare i propri ragazzi di fucili e bombe, piuttosto che insegnar loro il piacere di accordare una chitarra o di battere i tasti di un pianoforte. L’Islam che condanna i giovani del Bataclan, il simbolo di una generazione che crede ai messaggi di pietre miliari della musica internazionale come “We are the World” o “Heal The World” del compianto Michael Jackson. Le vittime del Bataclan saranno per sempre ricordate nei concerti dei californiani Eagles of Death Metal, noti soprattutto per aver eseguito, nei propri concerti, una cover di un’altra band leggendaria, i Duran Duran. La versione della canzone della band di Simon LeBon fatta dal gruppo californiano ha scalato, in queste ore, le classifiche mondiali:  si tratta della hit “Save a Prayer”, che risuona nel cuore dei sopravvissuti come un testamento per gli amanti della bella e buona musica, caduti nella folle notte parigina: “Non dire una preghiera per me adesso… Tienila per domattina”.