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Messaggi suicidari: cronache di morti annunciate

Le lettere di commiato, i comportamenti non verbali ambigui, le minacce di addio costituiscono un effettivo segnale di disagio? E’ reale la possibilità che i messaggi suicidari si trasformino in azione?

Questa la domanda alla base della ricerca svolta dall’Università La Sapienza di Roma. Dall’analisi di 14.601 casi di suicidio è emerso che ben il 44,5 % dei soggetti studiati aveva comunicato in maniera più o meno esplicita l’intenzione di togliersi la vita. Quando intervenire? Quando dar peso alle promesse di morte?

Secondo il coordinatore dello studio, lo psichiatra Maurizio Pompili, il valore delle comunicazioni di addio sembrerebbe variare con l’età. Se per gli adolescenti la connessione tra messaggi di morte e predizione avverata appaiono minori, per quanto riguarda gli adulti sembra essere vero il contrario: “La comunicazione suicidaria spesso rappresenta il momento iniziale del percorso di riconoscimento e quindi di trattamento del disagio psichico”. Così dichiara Pompili, convinto che un’accurata interpretazione degli annunci suicidari sia fondamentale per salvare vite umane. Chi rischia di precipitare nel baratro dell’impotenza dinanzi all’esistere può essere salvato.

Il messaggio di congedo, che in questa ricerca appare come l’ultima richiesta d’aiuto, tenderebbe però ad essere sottovalutato. La causa è luogo comune che individuerebbe nelle minacce di suicidio un gesto plateale, atto a calamitare l’attenzione.“La comunicazione suicidaria può anche essere indiretta, ambigua, umoristica o eufemistica – prosegue Pompili- pertanto il destinatario può avere grandi difficoltà nel comprenderne la gravità”. Il fenomeno del suicidio, racchiuso nella sua aura di imprevedibilità, necessita quindi di una accurata azione di prevenzione. Sì all’analisi dei disagi clinici, sì allo studio dei fattori sociali, economici e relazionali di rischio. Ma anche sì a uno sguardo profondo sui messaggi suicidiari, richieste d’aiuto e manifestazioni di infelicità.