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Napoli, svelato il mistero della piccola mummia di San Domenico

Era stato ritrovato tra gli anni ’80-’90 presso la Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli il corpicino imbalsamato di un bimbo vissuto circa 500 anni fa, nel corso di una serie di attività di ricerca promosse dall’Università di Pisa e dirette dal professor Gino Fornaciari. Il piccolo aveva ancora indosso la tipica veste dell’Ordine dei Domenicani, e da allora è stato conservato presso le arche sepolcrali della chiesa partenopea. Basandosi sulle tecniche in uso in quel periodo, gli studiosi avevano ipotizzato che la causa della morte precoce di quella che poi è diventata la “mummia di San Domenico” fosse il vaiolo, anche se bisogna sottolineare che non era mai stata data alcuna certezza intorno a questa teoria, alimentando il mistero intorno a quella piccola salma. E proprio in questi giorni, grazie al ricorso alla moderna e sofisticata tecnologia, è stato possibile chiarire tutti i dubbi e spiegare esattamente qual è stata la malattia che ha tolto la vita al bambino di 500 anni or sono.

Grazie al lavoro certosino di un team di professionisti costituito da alcuni ricercatori della McMaster University di Hamilton (Canada) e da studiosi della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, coordinati da Gino Fornaciari e Valentina Giuffra, si è scoperto che, in realtà, il bimbo rinvenuto circa trent’anni fa a Napoli era un portatore del virus dell’epatite B che, di conseguenza, ne ha causato il decesso. Si tratta di un dato piuttosto importante che ha anche una serie di risvolti legati all’attualità e, soprattutto, a questa malattia che ancora oggi uccide circa un milione di persone annualmente. La ricerca è partita proprio dagli abiti presenti sulla salma imbalsamata del piccolo che hanno permesso di isolare ed individuare il completo sequenziamento del genoma di un antico virus proprio dell’epatite B, o anche HBV.

Il professor Fornaciari, spiegando in che modo si è giunti a questo risultato, ha rivelato che, in base agli esami effettuati, è emerso come il suddetto virus, a differenza di altri, sia cambiato poco negli ultimi 450 anni, facendo emergere come l’epatite B, sostanzialmente, non abbia avuto alcuna reale evoluzione (e nemmeno involuzione) in questo lasso di tempo. Probabilmente, secondo gli esperti, ciò deriva dal fatto che questa patologia si trasmetta sessualmente, non attraverso insetti o animali vettori e, per questo motivo, il virus non avrebbe avuto alcuna ragione di mutare nel tempo. È stato chiarito anche l’equivoco inerente l’eruzione vescicolo-pustolosa che presenta la “mummia di San Domenico”, in base alla quale dalle analisi di circa trent’anni fa si era ipotizzato che la morte fosse stata causata dal vaiolo.

Con la mappatura genetica (che naturalmente all’epoca del ritrovamento della salma non era ancora disponibile), è stato appurato che proprio quello è un indizio di epatite B, poiché i bambini affetti dal virus possono andare incontro ad un’eruzione facciale di quel genere, meglio conosciuta come sindrome di Gianotti-Crosti e che a prima vista è facilmente confondibile con il vaiolo. Dunque, l’importanza di questa ricerca storico-scientifica sulla cosiddetta “mummia di San Domenico” è legata non solo all’importanza di aver risolto il mistero circa le reali cause della morte del bambino di 500 anni fa, ma anche alla possibilità di comprendere come, nel tempo, una patologia come l’HBV si sia eventualmente tramutata (poco) o evoluta. Del resto, il genetista evolutivo Hendrik Poinar, anche lui impegnato nell’attività di studio sul corpicino conservato nella Basilica di Napoli, ha sottolineato come sia rilevante studiare e indagare sui virus antichi, perché ciò aiuta non solo a comprendere meglio le epidemie e pandemie del passato, ma contribuisce soprattutto ad ampliare il bagaglio di conoscenze scientifiche sull’eventuale diffusione di agenti patogeni in epoca contemporanea.

Patrizia Gallina