Giustizia: introdotta castrazione chimica per i pedofili. È bufera

La castrazione chimica, “croce e delizia” di colpevolisti e perbenisti, ha mietuto talvolta vittime illustri la cui unica colpa era stata quella di aver convissuto con un orientamento sessuale ben diverso da quello accettato dal pudico senso comune. Emblematico è il caso del matematico e informatico Alan Turing, condotto alla disperazione e poi al suicidio dopo aver subito, nel 1952, una condanna per omosessualità, alla quale seguì l’ applicazione della tremenda pratica. La pedofilia, però, è tutt’altra cosa e nulla ha in comune con un sano sentimento che lega due persone dello stesso sesso.
In Italia, dove la complessa giurisdizione in materia prevede il carcere per i pedofili ed i molestatori sessuali, la proposta di ricorrere alla castrazione chimica per i reati più seri era stata invocata dall’ Onorevole Gianfranco Fini e dagli esponenti più irriducibili della Lega Nord. La ragione è presto spiegata: troppo spesso, infatti, assistiamo ad alleggerimenti della pena se non addirittura, nei casi più scandalosi, alla libertà di tali orchi, nonostante le testimonianze e le prove raccolte. Non sono più sicure né le mura di casa propria, né tantomeno quelle apparentemente sacre della Chiesa: numerose sono, a tal proposito, le denunce per pedofilia ai danni di insospettabili parroci, che tuttavia continuano a portare nei vari istituti ecclesiastici la parola di Dio, senza però applicarla nella vita comune. Casi smascherati dalle trasmissioni televisive di denuncia, come “Le Iene”, ma raramente sanzionati, in barba al rispetto e alla tutela delle povere vittime, che saranno sempre più spesso destinate a crescere con ferite profonde nell’ anima la cui guarigione non sempre è garantita. E mentre psicologi, psichiatri e medici cercano incessantemente la cura a questa terribile parafilia, l’ uomo comune continua a chiedersi se la risposta non sia proprio la discussa, temuta e sempre più spesso invocata castrazione chimica.